Il mese scorso, Corrado Artale ci ha raccontato la sua esperienza nello scrivere le novelization tratte dai film di Pupi Oggiano.
Ma ogni libro, ogni storia, si sa, è un viaggio a sé, unico e irripetibile.
Come si affronta un progetto così originale? Come si adatta una trama già conosciuta a un altro mezzo, preservandone la vitalità e la potenza? Ogni penna ha la propria ricetta, il proprio modus operandi, per usare un’espressione da thriller.
Questi segreti condivisi sono doppiamente preziosi: non sono soltanto un regalo per le lettrici e i lettori, ma anche lezioni pratiche di scrittura, piccoli laboratori per chi voglia cimentarsi in un’impresa simile (mai uguale, ovvio).
Sappiamo bene di essere di parte, ma ve lo diciamo lo stesso: fate tesoro di questi articoli (e dei post delle autrici e degli autori che leggete sui social, delle frasi che pronunciano durante le presentazioni, dei loro suggerimenti), lasciateli decantare… dopodiché prendete ciò che vi risuona di più, aggiungete riflessioni personali, bagagli di letture, di film, di arte, di vita, agitate con entusiasmo e otterrete un distillato perfetto, creato su misura per voi.
Prosit allora, e che nuovi intrecci possano prendere il volo!
Nel passare la parola a Gabriele Farina, cogliamo l’occasione per ringraziare, ancora una volta, la nostra scuderia per la generosità, il coraggio e la dedizione, e voi che leggete… Tutto questo è per voi.

Come scrivere una novelization senza impazzire
La novelization è una creatura letteraria affascinante e pericolosa (me ne sono accorto affrontando la trasformazione in racconti per Buendia Books delle sceneggiature dei film di Pupi Oggiano): un romanzo che nasce da un film, da una serie o perfino da un videogioco.
Non si tratta di una semplice trascrizione delle scene, ma di un vero e proprio atto di equilibrio tra fedeltà e creatività.
Chi ci prova scopre presto che non basta raccontare ciò che appare sullo schermo: bisogna riempire buchi, dare voce ai silenzi, trasformare un linguaggio in un altro. Insomma, un’impresa che può risultare sorprendentemente divertente, se si capisce come affrontarla.
Ecco una piccola guida per non perdersi nella giungla delle novelization.
Partire dal cuore della storia
Prima di lanciarsi nella scrittura, serve afferrare l’essenza dell’opera originale.
Qual è il tema portante? Quali emozioni deve provare il lettore?
Una novelization vive solo se mantiene intatta l’anima del soggetto da cui nasce. Guardare (e riguardare) il materiale di partenza è essenziale, ma ancora più importante è capire cosa lo rende unico.
Non puoi copiare i dialoghi come fossero compiti di scuola: devi percepire il ritmo, la tensione, il tono.
Una volta trovato il cuore, il resto sarà questione di traduzione creativa.
Ampliare ciò che il film non può dire
Il bello del romanzo è che può infilarsi ovunque: nei pensieri dei personaggi, nelle pause, nelle motivazioni.
La novelization dà all’autore la libertà di completare ciò che sullo schermo resta implicito.
A volte basta una piccola digressione per rendere più chiaro un gesto; altre serve costruire intere scene mancanti per spiegare quello che il film suggerisce ma non mostra.
L’importante è arricchire, non tradire. Ogni aggiunta deve sembrare naturale, come se fosse sempre stata lì in attesa che qualcuno la mettesse per iscritto.
Rendere la lettura irresistibile
Un film ti cattura con immagini e suoni; un romanzo deve farlo con le parole.
Nella novelization, la sfida è far percepire al lettore la stessa energia visiva, ma in modo nuovo.
Serve uno stile che accompagni, che suggerisca movimento, che restituisca la vivacità delle scene senza diventare un semplice storyboard narrativo.
Alternare ritmo veloce e momenti più riflessivi aiuta a creare una dinamica piacevole.
E ricordati: anche se il lettore conosce già la storia, vuole essere sorpreso, magari da una frase ben piazzata o da un punto di vista inatteso.
Rispetta, ma osa
La regola d’oro? Rispettare l’opera originale, certo, ma non avere paura di osare.
Una novelization piatta è una lista della spesa di scene già viste. Una buona novelization, invece, è un ponte: resta fedele, ma aggiunge valore.
Non aver timore di dare personalità alle descrizioni, né di approfondire un personaggio che nel film rimane in ombra, dargli più spazio, creare per lui incontri e sensazioni.
Ogni scelta, però, deve essere coerente con il mondo narrativo esistente. L’equilibrio tra rispetto e invenzione è il vero marchio di fabbrica del genere al quale non si può rinunciare.
Conclusione
Scrivere una novelization significa quindi trasformare immagini in emozioni tipografiche: un lavoro che richiede attenzione, passione e un pizzico di audacia.
Può essere una sfida, ma anche un bellissimo laboratorio narrativo. Uno spazio per sperimentare senza mai discostarsi dalla storia originale. Può perfino essere un esercizio di stile, una sorta di allenamento estetico e stilistico per chi vuole allenarsi a perfezionare il proprio modo di scrivere.
Avete mai pensato di provare a riscrivere sotto forma di racconto il vostro film preferito?

Gabriele Farina, nato a Torino nell’anno in cui nel Palazzo dei Papi di
Avignone vengono rubati 119 quadri di Picasso, è laureato in Storia del
Cinema, è tra i fondatori di Quotidiano Piemontese, ha ideato la Biblioteca
Condivisa di Mirafiori Sud e nel 2007 inventò, con un colpo di genio rimasto
ineguagliato, Videomarta.
Blogger dal 2005, si occupa di cinema e letteratura e organizza con Pupi Oggiano il Torino d’Argento Tour Locations.
Ha condotto in radio La corazzata Cotionkin. Scrive su siti, giornali, riviste,
quaderni e se capita anche sui muri.
Con Buendia Books ha pubblicato Ancora pochi passi, Nel ventre dell’enigma e Svanirà per sempre, novelization degli omonimi film di Pupi Oggiano.



